Ultima modifica: 10 marzo 2018

Sopravvivere per raccontare

Trieste, 8 febbraio 2018 a Trieste: incontro della classe 2^E con Armando Caimi.

Ormai nel 2018 ci sono pochi testimoni che hanno vissuto in prima persona la terribile esperienza della Shoah: tuttavia questi, per fortuna, hanno avuto la forza e la volontà di raccontarla ad amici, parenti, figli che, a loro volta, anche se testimoni indiretti, possono tramandare i pensieri, i ricordi e le speranze dei loro genitori, parenti o amici.

E’ questo il caso di Armando Caimi, ebreo corfiota nato a Trieste, il testimone “indiretto” che noi studenti della classe II E abbiamo avuto l’onore di incontrare a Trieste, presso il Museo della Comunità ebraica “Carlo e Vera Wagner” l’8 febbraio 2018.

Armando ha iniziato la sua testimonianza leggendo una lettera scritta da suo padre, sopravvissuto ai Lager nazisti, da lui trovata casualmente in un libro. Tra le tante cose raccontate nella lettera – la prigionia ad Auschwitz, il trasferimento alla Buna come chimico, la strada percorsa ogni giorno per andare al lavoro -, ci ha colpito molto il modo in cui è riuscito a liberarsi: per un laccio di scarpa. Si era fermato infatti ad allacciarsi una scarpa, ma nessuno se ne era accorto: allora ne aveva approfittato e si era nascosto in una buca del terreno. Dopodiché era riuscito a raggiungere degli operai italiani, che lo avevano nascosto fino al momento della liberazione.

Armando non ha subito di persona la crudeltà dei campi di concentramento, ma ha fatto suoi la sofferenza e la rabbia del padre e della madre – quest’ultima, Margherita, sposata in seconde nozze, dopo che entrambi avevano perso il primo coniuge nel Lager – e, a sua volta, è riuscito a trasmettercele durante il racconto. Armando si è fatto portavoce dei suoi genitori e tuttora continua a raccontarne la storia. Il legame con i suoi genitori è forte a tal punto da rivelarci che “gli gira” ancora in testa l’idea di tatuarsi i loro numeri di identificazione, numeri che il padre e la madre non avevano mai coperto perché ormai parte di sé.

Tra le tante foto che Armando ci ha mostrato, ci ha colpito quella in cui il padre tiene in braccio il nipote (figlio di Armando) durante il rito della circoncisione. Quell’esatta scena è stata per lui, come per la sua famiglia, una “vendetta” – ha usato proprio questa parola – non violenta nei confronti dei nazisti, che avevano l’obiettivo di eliminare completamente gli ebrei dalla faccia della terra. Se potessimo tramutare in parole quella immagine, forse direbbe: “Nonostante la tua voglia di eliminarci, “caro” nazista, noi ti abbiamo sconfitto, portando avanti la nostra cultura e raccontando tutti i mali che ci hai arrecato.”

Armando usava sempre la prima persona plurale, parlando degli ebrei: alla nostra domanda se si sentisse più ebreo, triestino o corfiota, ha infatti risposto di sentirsi prima di tutto ebreo. E’ vero che ci ha confessato di essersi arrabbiato con Dio, per il male subito dal suo popolo. Ma, nonostante il dolore abbia messo a dura prova la sua fede, essa non è crollata.

“Noi sopravvivevamo per raccontare”: questa è la frase della lettera del padre che secondo noi mostra tutto il coraggio dei sopravvissuti alla Shoah. Il coraggio di raccontare e di parlare di quello che è successo, affinché non venga dimenticato, pur sapendo che ci sarebbero stati quelli che non avrebbero creduto alle loro parole o avrebbero negato che i fatti accaduti fosse realmente successi.

A noi ora spetta il compito di prendere il “testimone”, ricordando le tante storie della Shoah. Perché dimenticare quegli orrori equivarrebbe ad accettarli, a renderci complici di quel massacro che mirava a cancellare le persone, eliminandole e spegnendo il loro ricordo.

(testo redatto dalla classe 2^E)

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