Ultima modifica: 24 novembre 2016

Spazio sindacale

Compiti e funzioni della RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria)

BREVE STORIA DELLA RSU (di Antonio Luongo)

La RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria) è un organismo sindacale di rappresentanza dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Con l’espressione “rappresentanza sindacale” si suole indicare l’esercizio di una funzione (quella di rappresentanza) svolta in favore di tutti i lavoratori, iscritti e non a un’organizzazione sindacale.

All’inizio della storia del sindacato – è un fatto noto – la funzione di rappresentanza, a tutti i livelli, era svolta solo a favore degli iscritti alla propria associazione. Oggi la parola “unitaria” aggiunta a “rappresentanza sindacale” è finalizzata a specificare che l’attività è svolta a favore dei lavoratori, di tutte le qualifiche professionali, che operano, con un contratto di lavoro dipendente, in un determinato luogo di lavoro (iscritti e non a un’organizzazione sindacale).

Nella storia del sindacato i primi organismi di “rappresentanza sindacale” furono le “Commissioni interne”.Esse nacquero all’inizio del ‘900, dopo la costituzione delle Federazioni nazionali di categoria. La prima federazione nazionale di categoria a essere costituita è la FIOM (Federazione Italiana Operai Metallurgici), che nasce nel 1906. Agli operai nelle fabbriche era riconosciuto il diritto di eleggere una “Commissione interna” costituita da alcuni lavoratori, che rappresentavano l’associazione di categoria, ai quali era demandato il compito, unitamente alla direzione della fabbrica, di risolvere le controversie e i conflitti di qualsiasi natura. I membri della “Commissione interna” dovevano essere iscritti al sindacato e la loro elezione avveniva attraverso il voto dei soli iscritti.

Con l’avvento del Fascismo (1922) molte cose cambiarono. Il 2 ottobre 1925, fra la Confindustria e i Sindacati fascisti fu sottoscritto il cosiddetto “Patto di Palazzo Vidoni”, che sanciva il reciproco monopolio: erano validi solo i contratti sottoscritti dalla Confindustria e dal sindacato fascista. Intervenne poi la legge del 3 aprile 1926 “Disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro”,che abolì il diritto di sciopero, trasformò il sindacato fascista in organo dello Stato e conferì valore di legge ai contratti nazionali che diventarono validi “erga omnes”. Non erano ammesse rappresentanze sindacali di fabbrica.

Dopo la caduta del Fascismo (25 luglio 1943), il Governo del generale Badoglio, con Ministro delle Corporazioni Leopoldo Piccardi, procede alla nomina di “Commissari” delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Bruno Buozzi – già dirigente della CGdL – chiamato ad assumere la carica di “Commissario dei Sindacati”, dispose la ricostituzione delle “Commissioni Interne”. Il 2 settembre 1943 fu stipulato l’accordo Buozzi-Mazzini (quest’ultimo commissario della Confindustria) che riabilitò le “Commissioni interne” elette da tutti i lavoratori. L’accordo prevedeva che fossero istituite le “Commissioni interne” per operai e impiegati quando per ciascuna delle due qualifiche fossero presenti in azienda almeno 20 dipendenti; mentre nelle imprese che occupavano tra 5 e 19 dipendenti si procedeva alla nomina del fiduciario d’impresa. Alla commissione interna era anche assegnata dall’associazione sindacale territoriale la delega alla trattativa per la stipula di contratti collettivi dei lavoratori, a livello aziendale.

Nel documento con cui rinasce il sindacato unitario, noto come “Patto di Roma“, il tema delle “Commissioni interne” non è presente. Le Commissioni interne – anche dopo la rottura della CGdL (1950) – sono, tuttavia, confermate da successivi accordi tra le confederazioni CGIL, CISL, UIL e la Confindustria (8 agosto 1953 e 18 aprile 1966).

Con quest’ultimo accordo le Commissioni interne diventano uniche per tutto il personale e le funzioni sono limitate alle controversie che riguardano la disciplina del rapporto di lavoro.

Nel decennio 1960-1970, a causa dei forti contrasti politici, ognuna delle tre organizzazioni confederali CGIL, CISL, UI sente l’esigenza di avere, in fabbrica e negli uffici, propri rappresentanti cui affidare il compito di orientare l’azione sindacale delle Commissioni interne e sostenere il dibattito politico. La CGIL costituì le SSA (Sezioni Sindacali Aziendali), la CISL creò le SAS (Sezioni Aziendali Sindacali), la UIL istituì i Nuclei aziendali.

Questi organismi non avevano alcun riconoscimento dalla controparte e ben presto si trovarono a operare in contrapposizione alle “Commissioni interne” ritenute troppo corporative. Le Commissioni si trovarono anche a essere bersaglio della contestazione negli anni ’68 e ’69.  Nacquero, sempre in questa fase, in alcune grandi fabbriche, i “Consigli di fabbrica”, organismi eletti dai lavoratori, ma non legittimati dalla controparte.

Le lotte sindacali degli anni ’68 e ’69, volte a conquistare migliori condizioni di lavoro e più diritti sindacali in fabbrica, spinsero il Parlamento ad approvare la legge n. 300/1970 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), nota comeStatuto dei lavoratoriche diede una disciplina alla rappresentanza sindacale in azienda, istituendo (articolo 19) la RSA(Rappresentanza Sindacale Aziendale).

La RSA, si dice all’articolo 19, può essere costituita “a iniziativa dei lavoratori, in ogni unità produttiva”, ma con precise limitazioni riguardo alle organizzazioni che ne possono beneficiare. Infatti, possono costituire RSA: a) le associazioni aderenti alle Confederazioni maggiormente rappresentative su piano nazionale; b) le associazioni sindacali che siano firmatarie di contratti collettivi nazionali o provinciali, applicati nell’unità produttiva. La disposizione di cui al punto a) creava una situazione di evidente privilegio per CGIL, CISL, UIL e fu cancellata da un referendum, nel 1995.

Le norme della legge n. 300/1970 non erano applicabili al settore pubblico, dove valevano norme specifiche contenute nella legge n. 249/1968 (Delega al Governo per il riordinamento dell’Amministrazione dello Stato, per il decentramento delle funzioni e per il riassetto delle carriere e delle retribuzioni dei dipendenti statali).

Il modello di rappresentanza aziendale creato con l’articolo 19 della legge n. 300/70 non assicurava democraticità e non favoriva la partecipazione, poiché la nomina dei membri della RSA era di esclusiva competenza delle strutture sindacali territoriali e, quindi, non erano eletti. Le contestazioni verso la RSA da parte degli iscritti alle organizzazioni sindacali e da parte dei lavoratori non iscritti costrinsero le confederazioni a interrogarsi e trovare nuove soluzioni. La CGIL, la CISL e la UIL – dalla metà degli anni ’80 – riavviarono il dibattito, sia tra loro, sia al loro interno, nel tentativo di individuare nuovi modelli che potessero superare la crisi di rappresentatività. La riflessione complicata e profonda approdò alla decisione di ipotizzare nuove forme di rappresentanza sindacale in azienda da insediare, a seguito di accordi con la controparte imprenditoriale.

Il 29 maggio 1989, CGIL, CISL e UIL sottoscrivono un documento dal titolo Ipotesi di accordo per la costituzione dei Consigli Aziendali delle Rappresentanze Sindacali (CARS), dove si stabilisce che il 50% dei membri sia di nomina sindacale e il 50% elettivo. Le critiche da parte delle categorie di lavoratori a quest’ipotesi di accordo furono tali che il progetto non ebbe alcun seguito. Due anni dopo, il 1° marzo 1991, le tre Confederazioni definirono in un nuovo accordo, conosciuto come Intesa quadro tra CGIL CISL UIL, un nuovo modello organizzativo: la RSU(Rappresentanza Sindacale Unitaria).

In questa situazione politica il Parlamento approvava la legge n. 421/1992 (Delega al Governo per la razionalizzazione e la revisione delle discipline in materia di sanità, di pubblico impiego, di previdenza e di finanza territoriale) e successivamente, dando applicazione alla delega contenuta all’articolo 2 di questa legge, il Governo emana il D.Lgs. n. 29/1993 (Diritti e prerogative sindacali nei luoghi di lavoro)che, all’articolo 47, prevede la costituzione della “rappresentanza sindacale aziendale”, accogliendo i contenuti dell’intesa del 1991 tra CGIL, CISL, UIL. Tali disposizioni sono ora contenutenell’articolo 42 del D. Lgs. n. 165/2001 (Diritti e prerogative sindacali nei luoghi di lavoro. Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche).

Bisogna ricordare che il primo intervento legislativo, in tema di rappresentanza sindacale nel pubblico impiego, si è avuto con l’articolo 25 della legge n. 93/1983 (Legge quadro sul pubblico impiego), la quale prevedeva la costituzione di organismi rappresentativi dei dipendenti all’interno delle singole unità amministrative.

Il 23 luglio 1993, nel pieno della grave crisi economica che costrinse il nostro Paese a uscire dal Sistema Monetario Europeo, fu sottoscritto, tra Governo, Confindustria, CGIL, CISL e UIL un “Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostegno al sistema produttivo. Nel documento sono inserite disposizioni sugli assetti contrattuali e sulle rappresentanze sindacali aziendali. Si prevede che queste siano costituite per 2/3 da rappresentanti eletti con il sistema proporzionale e per 1/3 da designati delle organizzazioni stipulanti il contratto, in proporzione ai voti ottenuti dalle liste. La riserva di un terzo era giustificata dalla necessità di assicurare un raccordo tra le organizzazioni stipulanti il contratto nazionale di lavoro e le rappresentanze aziendali.

Il perfezionamento dell’intesa fu realizzato, per il settore privato, il 20 dicembre 1993 con l’Accordo interconfederale tra Confindustria e CGIL, CISL e UIL sulla costituzione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie.L’accordo ha disciplinato il diritto a concorrere alle elezioni per insediare la RSU nelle aziende. Si è stabilito che possano concorrere: 1. le associazioni sindacali firmatarie dell’accordo sulla RSU e del CCNL applicato in azienda; 2. le associazioni che abbiano un proprio statuto, che dichiarino di accettare l’accordo sulla RSU e abbiano almeno il 5% di iscritti nell’unità produttiva che elegge la RSU. Si è previsto che possa essere costituita una RSU nelle unità produttive con almeno 15 dipendenti.

Le nuove regole sono la testimonianza della ricerca di una più ampia legittimazione degli accordi sindacali aziendali. Infatti, la RSA che firmava accordi, al massimo era legittimata dagli iscritti alle diverse organizzazioni sindacali. Va menzionato che alla presenza di un tasso di sindacalizzazione piuttosto basso, la stragrande maggioranza dei lavoratori, cui si applicava il contratto aziendale sottoscritto dalla RSA, era esclusa dalla partecipazione al formarsi delle decisioni e questo comportava una limitata rappresentatività del sindacato e un modesto consenso alle decisioni assunte.

Per regolare la costituzione della RSU nel pubblico impiego, il 20 aprile 1994 fu sottoscritto un “Protocollo d’intesa” tra ARAN e CGIL, CISL, e UIL.

In seguito, con l’articolo 6 del D. Lgs. n. 386 del 4 novembre 1997 (Modificazioni al decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, in materia di contrattazione collettiva e di rappresentatività sindacale nel settore del pubblico impiego, a norma dell’articolo 11, commi 4 e 6 della legge 15 marzo 1997, n. 59)furono apportate limitate modifiche all’articolo 47 del D. Lgs n. 29/93.

In applicazione del modificato articolo 47 del D. Lgs. n. 29/93 fu realizzato, tra ARAN e CGIL, CISL, UIL, CONFSAL, CISAL, RDB-CUB, UGL, il 7 agosto 1998, l’Accordo collettivo quadro per la costituzione delle rappresentanze sindacali unitarie per il personale dei comparti delle pubbliche amministrazioni e per la definizione del relativo regolamento elettoraleche disciplina ancora oggi la costituzione della RSU in tutti i comparti del pubblico impiego. Queste nuove regole assicurano, oltre la partecipazione di tutti i lavoratori (iscritti e non iscritti a un’organizzazione sindacale) all’elezione della RSU, anche la misurazione della rappresentatività attraverso il voto, libero e segreto, di tutti.

Nel settore privato, pur alla presenza di una soddisfacente esperienza nell’applicazione dell’intesa del 1993 sulla costituzione delle rappresentanze sindacali unitarie, CGIL, CISL e UIL,nel maggio del 2008, hanno stilato il documento dal titolo Linee di riforma della struttura della contrattazione sulle cui basi è iniziato il confronto con Confindustria.

Si è giunti all’accordo del 22 gennaio 2009 sulla “Riforma del modello contrattuale” sottoscritto, per la parte sindacale, solo da CISL, UIL e UGL, ma non dalla CGIL. L’accordo rinnegava in più punti l’intesa unitaria dell’anno precedente. Sono seguiti anni di contrasti e polemiche tra la CGIL, da una parte, e CISL e UIL, dall’altra.

La CGIL ha svolto un’azione di forte opposizione alle misure contenute nell’accordo separato del 22 gennaio 2009 e questo ha convinto, in primo luogo la Confindustria, che nuove regole, senza il coinvolgimento della CGIL (la più importante e rappresentativa Confederazione) non si potevano applicare nelle fabbriche. Si arrivati così alla ripresa delle trattative e a un nuovo “Accordo su contratti e rappresentanza” sottoscritto questa volta da CGIL, CISL, UIL e Confindustria, il 28 giugno 2011.

Il nuovo accordo supera i contenuti dell’accordo separato del 2009, conferma le regole contenute nel “Protocollo” del 2008 per quanto riguarda la validità degli accordi interconfederali generali, la stipulazione dei contratti nazionali di lavoro, l’elezione delle RSU, integrando le regole interconfederali con norme sulla certificazione della rappresentatività per la legittimazione dei soggetti negoziali.

Con l’accordo del 2011, finalmente, anche nel settore privato i lavoratori tutti saranno chiamati a eleggere i propri rappresentanti che andranno a negoziare il contratto integrativo con la controparte, in nome e per conto di tutti i lavoratori e non solo degli iscritti.

Per passare dalle “Commissioni Interne”, elette solo dagli iscritti alle organizzazioni sindacali, alla RSU eletta da tutti i lavoratori, pubblici e privati, ci sono voluti quasi 100 anni: un cammino lungo e pieno di difficoltà.

In questa vicenda si sono confrontate, anche aspramente, diverse idee sul ruolo e la funzione del sindacato e della democrazia sindacale. La conquista di una democrazia sindacale piena non è stata facile.

LA RSU NELLA SCUOLA

L’RSU è un organismo sindacale, rappresentativo di tutte le professioni, all’interno di ogni scuola. E’ strumento per esercitare pienamente i diritti sindacali compresa la contrattazione su importanti aspetti dell’organizzazione del lavoro del personale docente ed ATA.  Eletta a scrutinio segreto tra tutto il personale docente ed ATA sulla base di liste presentate dalle Organizzazioni Sindacali dura in carica tre anni.

COSA FA

E’ titolare delle relazioni sindacali, a partire dai diritti di informazione, ed esercita i poteri di contrattazione all’interno di ogni scuola sulle materie espressamente previste dal CCNL. Sottoscrive con il Dirigente Scolastico il “contratto integrativo d’Istituto”, ricercando le soluzioni più confacenti alla migliore organizzazione del lavoro del personale in relazione al piano dell’offerta formativa. I componenti restano in carica per 3 anni; nel caso di dimissioni vengono sostituiti dal primo dei non eletti della medesima lista.

COMPITI ED ATTRIBUZIONI

L’art. 6 del CCNL del 1999 stabilisce le modalità con cui si svolgono le relazioni sindacali a livello di istituzione scolastica (consulta la mappa).

Presso il Liceo classico “Stellini” di Udine la RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria) è composta da Silva Fabris, Lucia Comelli e Manuela Lai.

I siti dei sindacati della scuola:

Vai alla sezione del sito “Amministrazione trasparente” dedicata alla:

  • Contrattazione collettiva >>
  • Contrattazione integrativa >>
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